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Ampi divari sulla crescita Intervista a Luca Brambilla, Strategy Advisor Analysis SpA

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Fed e Bce dicono che il peggio è alle spalle, ma la ripresa appare disomogenea e i contagi da Covid stanno aumentando. Ritiene che si possa intravedere uno spiraglio in fondo al tunnel?
È presto per dirlo. L’autunno chiarirà le cose, ma per ora sembra che i contagi siano in maggior parte asintomatici e le probabilità di lock-down saranno correlate direttamente alla crescita eventuale dei ricoveri in terapia intensiva. Non penso che si ripetano situazioni simili a quelle viste a marzo e aprile di quest’anno, anche perché la passata esperienza insegna a non ripetere taluni errori gestionali. È vero che la ripresa economica a livello mondiale è ancora lenta: i recenti sviluppi positivi del mercato non sono stati pienamente supportati da dati economici e potrebbero essere basati su aspettative eccessivamente ottimistiche sul pacchetto di recupero del Consiglio Europeo e sui progressi nello sviluppo di un vaccino efficace. 

Negli Usa si sta intensificando la campagna elettorale per le elezioni presidenziali. Quali conseguenze si prospettano per i mercati finanziari?
La differenza chiave oggi rispetto alle precedenti elezioni è che il coronavirus ha accelerato le divisioni tra schieramenti. Wall Street ha avuto finora la tendenza a prosperare sulla scia delle elezioni con pochissime eccezioni, sia per il sollievo per la fine della campagna, sia semplicemente perché incidono poco sulla crescita economica dell’America, fatta di innovazione dinamica, gestione aziendale di primo livello e liquidità dei mercati. La rielezione di Trump potrebbe aumentare le tensioni con la Cina, un altro picco di contagi potrebbe andare fuori controllo e il deficit pubblico, già molto elevato, diventare ingestibile, nonostante il costo basso e la Fed che acquista comunque i T-bond, perché restano dubbi sul fatto che possa continuare a salire senza conseguenze; d’altra parte rimarrebbero basse le tasse sulle imprese, con incentivi ai big tech di mantenere in patria le riserve di liquidità, mentre la deregolamentazione potrebbe continuare, tagliando la burocrazia e favorendo la creazione di occupazione di cui c’è assolutamente bisogno dopo la pandemia. L’affermazione di Biden porterebbe, al contrario, un probabile aumento delle imposte su società e plusvalenze per conseguire una distribuzione più equa del carico fiscale, mentre anche la regolamentazione sull’ambiente si farebbe più stringente e i costi per alcune imprese aumenterebbero, rendendo ancora più dura la vita per le società ad alta intensità di CO2. Numerosi investitori, già oggi, potrebbero posizionarsi di conseguenza e forse l’effetto più significativo per i mercati sarebbe l’impatto di un’amministrazione democratica sul settore tecnologico. 

Quali sono le asset class da privilegiare nella costruzione del portafoglio ideale per affrontare l’inverno sui mercati?
Per il portafoglio ideale punterei sulle azioni cicliche che mostrano ancora un certo potenziale di rialzo, come le imprese europee esposte ai mercati emergenti. Ma anche le aziende giapponesi di automazione e macchinari e alcuni produttori statunitensi di beni di consumo discrezionali. Al momento, tuttavia, le strategie basate sul credito sembrano offrire il miglior rapporto rischio-rendimento, perché scontano infatti scenari meno ottimistici e potrebbero quindi presentare un maggiore potenziale di rialzo. Le decisioni delle imprese sono diventate più favorevoli agli obbligazionisti, mentre la politica monetaria continua a sostenere il reddito fisso. Tra le opportunità più convincenti si annoverano le obbligazioni investment grade e high yield statunitensi, i titoli di Stato dei mercati emergenti in dollari e i green bond. Il dollaro statunitense risultava sopravvalutato già a fine 2019 e, poiché la ripresa Usa sembra ancora incerta, unita alla chiusura del differenziale dei tassi di interesse (che rendeva il dollaro più attraente) e al minor peso nelle riserve globali, non lascia ben presagire per le performance del prossimo futuro. Le opportunità più interessanti risiedono certamente in quei Paesi che hanno affrontato la pandemia con maggior efficacia, principalmente si tratta di mercati sviluppati, vale a dire il dollaro australiano, quello neozelandese e la corona norvegese. 

L’oro, in quanto bene rifugio, durante la prima settimana d’agosto ha superato la barriera dei 2000 USD/oncia per poi correggere a livelli più bassi. La ritiene una barriera invalicabile?
Il metallo giallo ha corretto la sua corsa in questi ultimi tempi solo alla notizia del nuovo vaccino per il Covid-19 in Russia e appare correlato direttamente ai contagi o alla probabilità futura degli stessi. Non vedo un aumento dell’inflazione a breve termine e ritengo che questo sia un ciclo deflazionistico. L’attuale stimolo delle banche centrali per combattere gli effetti del Covid-19, insieme agli elevati livelli di rischio sistemico, possono essere assimilabili a quelli della crisi finanziaria globale del 2008; quindi il primo vero obiettivo è a 2.300 dollari l’oncia circa entro luglio 2021, che corrisponderebbe al record, aggiustato per l’inflazione, raggiunto dall’oro nel 1980 a 850 dollari. Ma se dovesse concretizzarsi uno scenario di ripresa economica a forma di U, allora le posizioni speculative nei future sull’oro potrebbero aumentare, spingendo le quotazioni verso 2600 dollari l’oncia.

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